Storie del Cesena di guerra – Terza parte

Stadio La Fiorita Cesena
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AMARCORD – Il Cesena ha finito il torneo di guerra. Gli Alleati e i partigiani hanno liberato la Romagna, ma di Ermanno ancora nessuna notizia

(segue dalla seconda parte)…Passarono molti mesi, passò il fronte, ma di mio babbo nessuna notizia. Riapparve a Cesena un giorno, improvvisamente, sulla porta di casa, quella costruita dal bisnonno Eligio vicino ai pompieri (oggi via Montalti), l’unica col terrazzino, Si sparsero, per la piazzetta del Leone, grida di gioia infinita. Nonno Gildo, fortunatamente, aveva perso la sfida con la nonna Enrica e mantenne poi il suo giuramento, diventando un cattolico convinto.

Non so se ho annoiato i miei eroici lettori con questa storia che volevo condividere con voi, approfittando della sosta forzata del campionato, ma volevo ricordare, in questi tempi tristi, altri tempi ancora più duri e tragici. Passeranno anche questi, li supereremo tutti insieme. Vi ho raccontato le radici “genetiche” del mio amore per il Cesena. Quando avevo quattro anni la mia famiglia si trasferì prima a Cattolica, poi a Faenza, per esigenze di lavoro di mio babbo, ma il mio cuore rimase legato indissolubilmente alla mia città natale. La squadra del Cavalluccio costituì il simbolo identitario della mia appartenenza a questo meraviglioso e sgarrupato paesone che amo profondamente. Chi pensa che una squadra di calcio sia solo “un manipolo di gente in mutande che tira calci ad un pallone” non può capirmi, voi che mi leggete penso di sì.

La prima vera serie B

Il 12 maggio 1968, finalmente, presi il treno da Faenza, raggiunsi la piazzetta del Leone, inforcai la bicicletta del nonno (quella con le stecche dei freni in metallo) e sulle ali dell’entusiasmo e dei miei 15 anni entrai per la prima volta nello stadio della Fiorita. Il cuore mi batteva fortissimo, trovai posto nell’ultimo gradino, in alto. C’era solo la tribuna, allora… In campo un’altra squadra bianconera, il Del Duca Ascoli. Il Cesena lo batté per 2 a 0 e un mese dopo, il 16 giugno, sconfiggendo il Rimini per 2 a 1, avrebbe conquistato la sua prima promozione nella serie B “moderna”, dopo la breve apparizione del 1946/47. Io c’ero, a volte mi piace ancora rivivere i caroselli per le strade e la gioia incontenibile che traboccava per ogni dove.

Grazie, ragazzi!

A nonno Gildo mando un pensiero affettuoso, lassù da qualche parte. Ogni volta che riuscivo a tornare a Cesena in treno e andavo alla partita, gli facevo un resoconto scritto, battuto a macchina a casa, con la mia lettera 22 Olivetti di seconda mano e glielo spedivo per posta. I miei “pezzi” ricevevano una ricompensa di 100 lire e gli occhi del nonno, già ottantenne, brillavano come se fosse stato ancora là, allo stadio Ippodromo a vedere il mitico Cesena di guerra del 1944. Per lui ero come Gianni Brera.

A mio padre vorrei dare un grande, grandissimo abbraccio; quello che, forse per carattere, non gli ho mai dato quando ero ancora in tempo per farlo. Desidero ringraziarlo per il suo affetto e per il suo insegnamento morale. Ermanno è morto giovane, nel marzo del 1980. Sono passati 40 anni, babbo, ma ancora mi manchi. Infine, ringrazio di cuore gli amici di Cesena Mio per avere avuto l’opportunità di ricordarlo come meritava e tutti voi che avete avuto la pazienza di leggere questa piccola storia.

Qui le prima parte Storie del Cesena di guerra – Prima parte e qui la seconda Storie del Cesena di guerra – Seconda parte


Immagine tratta dal sito wikipedia.org

13 Comments on “Storie del Cesena di guerra – Terza parte”

  1. Stefano, io in treno andai con mio babbo a Genova (giocavamo contro il Genoa), ma all’uscita mi persi il gruppo dei tifosi perché c’era una gran calca. Qualcuno mi aveva affidato una bandiera del Cesena, di cui ero molto orgoglioso, però devi sapere che nel finale la partita era diventata molto tesa, avendo l’arbitro inventato un rigore contro di noi (io ero lì vicino e ti assicuro che l’attaccante si tuffò come Klaus Dibiasi, medaglia d’oro alle Olimpiadi) per favorire i liguri, che dovevano tornare in serie A. Le tifoserie, in quella parte dello stadio di Marassi, erano un po’ mischiate e c’era stato qualche scambio di vedute un po’ vivace. Scendendo dalla gradinata, mi trovai circondato da sei o sette giovinastri (io ero ancora minorenne) che mi volevano strappare la bandiera e cominciarono a tirarmi dei cazzotti. Ma io la bandiera non la mollavo. Per fortuna, intervennero dei tifosi genoani, degli adulti che rifilarono quattro calci nel culo ai teppisti e mi permisero di limitare il bilancio a due o tre pestoni e un bello spavento. All’arrivo in stazione, restituii la bandiera al proprietario e lo ringraziai molto per il prestito. Poi salii sul “treno bianconero”, cioè nei vagoni a noi riservati. Ormai ero in salvo. Si tornava a casa.

  2. Caro Max Caffè borghetti super, anche meglio dello Stock 84, però quello della mia mamma, fatto in casa con la cuccuma (o la moka), mezzi litri per intenderci, era un vero spettacolo e batteva quello “industriale”. Citavo un vecchio tormentone radiofonico. “Se la squadra del vostro cuore ha vinto, brindate con Stock 84, se ha perso consolatevi con Stock 84…” Per più di quarant’anni, ogni domenica alla radio, a tutto il calcio minuto per minuto si ascoltava lo slogan della Stock di Trieste legato a ”Tutto il calcio minuto per minuto”. A me lo Stock 84 non è mai piaciuto, però.

  3. E comunque caro Alberto, non voglio essere ripetitivo ma hai aperto dei cassetti della memoria ormai dimenticati … Per noi “forlivesi”, prendere il treno coincideva spesso con quello dei vagoni speciali riservati ai tifosi che venivano a Cesena … e spesso, consentitemi la “codardia” di noi ragazzini di allora, dovevamo imboscarci le sciarpe al cospetto di ultras trucidi di squadre come Lazio, Roma, Genoa, Samp e via discorrendo, della serie A di metà anni 80 😬

  4. Carissimo Stefano, quei viaggi in treno, da ragazzini, col cuore che batteva forte all’andata e poi il ritorno, con il morale alle stelle se avevamo vinto e le ruote sgonfie se avevamo perso… E se avevamo pareggiato? Sempre Stock 84, ovviamente. 🙂

  5. Grazie Alberto, una storia davvero coinvolgente e potente, raccontata con una dolcezza unica.
    P.S. Anch’io sono cesenate di nascita ma residente a Forlì (un po’ più vicino) e da ragazzino prendevo il treno per andare alla Fiorita; per alcuni anni ho vissuto anche in Piemonte e quando il Cavalluccio giocava nelle vicinanze della mia residenza (Alessandria, Torino, Novara …) per me diventava uno dei giorni più belli dell’anno.

  6. Beh, Bruna, io sono commosso. Lo sport non è tutto nella vita, ma ne fa parte. Nella mia vicenda personale si è intrecciato a fatti estremamente drammatici, come avete avuto modo di leggere e per me ha rappresentato il legame più forte con la città cui sentivo di appartenere e dalla quale ero partito a quattro anni. In questo senso non va né esaltato, né disprezzato. Ma va rispettato. Nello sport ci sono tanti valori importanti per il vivere civile ed allenarsi ad una competizione sana aiuta ad affrontare le difficoltà della vita. Grazie davvero e un abbraccio. I tuoi figli lo sanno.

  7. Grazie GIL. Viene proprio da lì. Sono contento di essere riuscito a tradurre i sentimenti in parole.

  8. Veramente bello, emozionante e si sente che viene da profondamente dentro. Leggendolo mi sono fatto una “dose” di calore umano. Grazie Al

  9. No, non so nulla di calcio, i miei due figli sì, “imparo” qualcosa di riflesso, senza entusiasmi particolari. E quindi? Questo scritto che ho avuto il piacere (direi godimento) di leggere tutto d’un fiato, perché ho atteso le tre parti per dedicarmici, mi ha reso partecipe… di tutto. E, alla fine, commosso. Grazie Alberto per la condivisione. Ora me lo salvo per rileggerlo e farlo leggere ai miei ragazzi. Un abbraccio (ok, virtuale)

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