Storie del Cesena di guerra – Prima parte

Cesena 1940-41
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AMARCORD – La storia di un campionato del tutto particolare ed anomalo, che vide protagonista il Cesena tanti anni fa, in piena seconda guerra mondiale

In questi giorni “virali”, col campionato fermo e gli stadi chiusi, vi vorrei raccontare una Storia, quella di un altro torneo di calcio allucinato e particolare, al quale partecipò il Cesena molti anni fa, in piena guerra mondiale. Mettetevi comodi e leggete con calma, se vi va, questo racconto, che ho diviso in tre parti per non schiantarvi. Tanto, fra cinema, teatri, stadi ecc. chiusi non abbiamo poi molto da fare… Le vicende del Cesena “di guerra”, ricco di grandi giocatori e secondo solo al Bologna dei sei scudetti, si intrecciano strettamente con quelle della mia famiglia e comincerò proprio da qui.

Una famiglia di bastian contrari

Sono nato a Cesena agli inizi degli anni ‘50, e i miei genitori, nonostante tutto, erano felici. La guerra aveva lasciato segni indelebili fuori e dentro le persone, ma era finita. Mio padre nel 1943 aveva dovuto abbandonare gli studi per essere arruolato nell’esercito, che reclamava carne da cannone fresca per assecondare due criminali dittatori. Ermanno, così si chiamava mio babbo, era figlio unico di Ermenegildo (per tutti Gildo, anzi Gildìn, vista la stazza tutt’altro che imponente).

Nella famiglia Neri, per antica tradizione, tutti i nomi iniziavano con la lettera E; probabilmente avevano dovuto raschiare il fondo del barile per trovare un nome a tutti (i fratelli erano tanti!). Per questo Babbo Ermanno era nato anche lui con la E nel 1922, un anno infausto per chi, come i miei nonni e miei zii, aveva convinzioni socialiste e anarchiche. Gildo non faceva mistero delle sue opinioni politiche, nonostante la stazza e i tempi cupi consigliassero maggior prudenza; questo gli fece guadagnare una bastonatura feroce da parte delle squadracce fasciste. Peggio ancora andò a sua sorella, l’indomabile Emma, che dovette abbandonare la Romagna per sfuggire alle persecuzioni degli oppositori del regime e rifugiarsi in Sudamerica, dove continuò coraggiosamente la sua battaglia dall’esilio brasiliano.

Ermanno va in guerra

Mio babbo, essendo nato l’anno della marcia su Roma, non era, ovviamente, socialista. Aderiva nel 1943 alla federazione cattolica degli studenti universitari, l’unica voce critica che si levava nel Paese nei confronti del regime. Quando dovette sospendere gli studi per essere arruolato, prese una decisione, che comunicò solo per lettera ai suoi genitori una volta giunto al centro di addestramento per le reclute.

Scrisse loro dalla Puglia che gli voleva bene, che stava per partire per il fronte e li informava che la sua coscienza gli imponeva di non sparare ad un altro essere umano, nemmeno per difendersi. Piuttosto sarebbe morto, ma non avrebbe mai ucciso. Questa era la sua determinazione. Un obiettore di coscienza in tempi molto pericolosi…

Mio nonno Gildo, quando ricevette la lettera, ebbe un malore. Sapeva bene che suo figlio non scherzava e che avrebbe fatto quello che aveva stabilito. Testa dura, come da tradizione di famiglia.

8 settembre 1943

Sopravvenne però una grossa novità, l’armistizio dell’8 settembre. I tedeschi non erano più nostri alleati e avevano occupato militarmente gran parte dell’Italia, Romagna compresa. Nelle caserme non sapevano cosa fare, i comandanti non avevano ordini da impartire: un esercito allo sbando. Ognuno se ne andò verso il suo destino, cercando in qualche modo di tornare a casa. La cosa, ovviamente, non si presentava affatto semplice per un romagnolo, visto che fra San Severo e Cesena c’erano di mezzo molti chilometri e decine di migliaia di soldati tedeschi pronti a catturarlo.

Provò a risalire la penisola, ma si vide costretto a fermarsi già a Larino, un piccolo paese sulle colline del Molise, ospitato e nascosto da un giovane sacerdote di nome Alberto Barbieri, che faceva parte della rete di protezione creata dalla chiesa cattolica.

Nel frattempo, a Cesena, i miei nonni, non ricevendo più alcuna notizia, temevano che il loro unico figlio fosse stato catturato o addirittura ucciso. Nonna Enrica parlava sempre di Provvidenza e mio nonno, ateo convinto, accettò la sfida. “Se Ermanno tornerà vivo dalla guerra” giurò solennemente “sarà un segno che Dio esiste e io mi convertirò.”

Gli allenamenti del Cesena “di guerra”

Per stemperare quella angoscia interminabile di fine 1943, nonno Gildo aveva solo una risorsa: quando poteva, andava all’Ippodromo a vedere gli allenamenti del neonato Cesena. Era il suo rifugio, l’unico luogo dove si potevano dimenticare per un attimo la guerra, il figlio disperso e la paura per il futuro.

Il Cesena era la sua grande passione di sempre assieme all’opera lirica. Quei ragazzi in casacca bianconera, eredi dell’Unione Sportiva Renato Serra, si preparavano per partecipare al campionato, senza sapere se un campionato ci sarebbe stato.

Passò il Natale del 1943 senza nessuna notizia di mio padre. La guerra andava sempre peggio e i nazifascisti, che avevano inventato la repubblica fantoccio di Salò, decisero che bisognava fare propaganda. Con il conflitto che infuriava, il calcio poteva essere un diversivo, uno strumento prezioso per sentirsi ancora vivi, per non pensare sempre alla stessa cosa. Si organizzò, fra mille difficoltà, un campionato per dimostrare che, nonostante i bombardamenti sempre più pesanti, le cose andavano abbastanza bene. Il 6 Febbraio 1944 il Cesena scese in campo per la sua prima partita del girone eliminatorio.

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Immagine tratta dal sito wikipedia.org

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