Il Cesena, le donne, Manuzzi e Marcello Lippi: tutta la vita di Giampiero Ceccarelli

Ceccarelli contro la Juve
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INTERVISTA – In questa lunga ed esclusiva intervista, il capitano Giampiero Ceccarelli ci racconta diversi aneddoti, dal come è diventato calciatore a quante ne ha combinate in ritiro…

La premiazione di domenica scorsa ha fatto commuovere Giampiero Ceccarelli, la bandiera bianconera che può vantare il maggior numero di presenze con la maglia del Cavalluccio. Abbiamo voluto fare due chiacchiere col capitano di mille battaglie, perché ci racconti qualcosa della sua vita calcistica e non, dove, aldilà dei fatti, possa condividere con noi i sentimenti e le persone che lo hanno accompagnato in questo viaggio.

C’era una volta, perché ora non c’è più, “l’aia ad Sartòn” (il cortile di Sartoni) un campetto con le linee immaginarie e due pietre al posto dei pali di porta nel cortile di una casa colonica, allora in piena campagna, con un po’ d’erba e tanta polvere dove giocavano i bambini del quartiere che stava nascendo, nel luogo preciso dove di lì a poco sarebbero sorte le scuole elementari e la professionale “Macrelli”. Lì di fronte c’era il nuovo stadio “la Fiorita” appena costruito, con una piccola tribuna e la pista di atletica. Quel giorno passò Mario Pieri “il Pecc”, un ex giocatore di Gambettola a cui avevano dovuto amputare una gamba, figura ruspante ma analoga a quella di un moderno talent-scout. Fermò il motorino e diede un’occhiata, individuò un bambino dalla pelle olivastra, con i capelli neri come la pece che correva come un tarantolato, lo osservò per un po’, aspettò che si avvicinasse e gli disse: “Dì babìn, ci brèv, admèn ven a zughì adlà!” (Ehi bambino, sei bravo, domani vieni a giocare di là!). Il bambino era Giampiero Ceccarelli e “adlà” era il campo grande dell’antistadio, proprio lì a fianco, fra la Via Venezia Giulia e la Via Veneto dove si svolgevano gli allenamenti della prima squadra del Cesena allora in serie C ma anche di tutte le squadre giovanili. Giampiero il giorno dopo ci andò, era settembre e si svolgevano le selezioni per entrare a far parte della squadra dei pulcini; barò sull’età dichiarando di avere nove anni perché era la minima consentita invece dei sette e mezzo reali e cominciò così la la sua avventura con la squadra della sua città, una storia d’amore mai finita.

Ancora oggi mi emoziono ripensando a quei momenti stupendi, a volte anche tristi che hanno segnato la mia vita di uomo e di calciatore ma mi emozionano ancora di più i ricordi delle persone che ho conosciuto qui nella mia città, a migliaia, la mia città che non ho mai voluto lasciare dove credo di conoscere tutti; a volte, quando sono allo stadio, guardo la gente e mi piace pensare non che tutti mi conoscano come sarebbe più naturale, ma che io conosca tutti loro, o se proprio non tutti perché tanti sono molto giovani, che conosca sicuramente almeno i loro genitori!”.

Giampiero, rivelaci qualche aneddoto su alcuni di loro…cominciamo dal presidentissimo Dino Manuzzi.
Manuzzìn, come tutti lo conoscevano per via della non particolare altezza, di calcio capiva poco, era un commerciante di frutta, un grande imprenditore e guardava con occhi capaci in particolare ai conti, un po’ meno capaci al calcio, ci si parlava in dialetto e ci si capiva bene, anzi meglio, io ero molto giovane e lui mi trattava come un figlio e se non gli davo retta andava direttamente da mio padre. Ho rinunciato a tanti soldi pur di rimanere a Cesena ma rinnovare il contratto col presidente era sempre una lotta. Non c’erano i procuratori, si andava a contrattare direttamente, essendo un fine commerciante conosceva le sue prede e le anticipava, metteva subito le mani avanti: un anno mi impuntai particolarmente per un aumento che non mi voleva concedere, durante la trattativa mi capitò di andare a trovare mio padre al mercato che mi disse: “S’et cumbinè (cos’hai combinato)? Il presidente dice che ti manda a Catania”. Infatti i giornali riportavano questa notizia. Conoscendomi, il presidente minacciava di spedirmi all’altro capo d’Italia solo per tenermi in pugno, per indurmi a firmare alle sue condizioni. Un giorno si rivolse a “Miglìn” Emilio Bonci, allenatore in seconda, chiedendo lumi per il mancato impiego in campo di un tale giocatore e “Miglìn” gli rispose con la balbuzie e la raffinatezza che lo contraddistinguevano: “Pre…president, e pa ..e palòun un’ha miga e…e gambòz!” (Il pallone non ha mica il picciolo!), come dire, lei pensi alle mele che al pallone ci pensiamo noi. Un’altra volta arrivai in sede con Francesco Scorsa e notammo un certo nervosismo, Manuzzin discuteva con Vittorio Casali, lo storico accompagnatore della squadra negli anni che vanno dal 1960 al 2000 e gli chiedeva lumi per un conto arrivato da una recente trasferta un po’ troppo alto. Casali non riusciva a dare le spiegazioni richieste così fu chiamato il segretario, il monumentale Pietrone Sarti che controllò il conto e trovò una voce effettivamente troppo alta: “Signor Dino c’è una voce esagerata e riguarda il vino!”. “Che cosa? E bei? (Il vino?) Ma cosa mando in giro io una squadra di ubriaconi?” E fece una scenata incredibile“.

Per quanto riguarda gli allenatori, chi ricordi con particolare affetto?
Tutti i miei allenatori mi hanno lasciato qualcosa di importante, ma se devo scegliere qualcuno, dico Gigi Radice e Osvaldo Bagnoli. Forse perché coincidono con le stagioni più esaltanti, quella del 1972/73 con Radice e quella del 1980/81 con Bagnoli culminate con le promozioni in serie A. Gigi Radice è stato molto triste perderlo proprio in questi giorni, era un grande innovatore, credeva profondamente nella forza del gruppo anche se a qualcuno non andò subito a genio. Aveva scelto me come suo capitano nel suo primo anno a Cesena e anche i miei colleghi più anziani mi accettarono di buon grado tanto che due di loro, ma non ti dirò i nomi neppure sotto tortura, vennero a cercare il mio appoggio come capitano e come rappresentante della squadra. Si lamentavano che ci faceva lavorare troppo, ci spremeva come limoni, era un ammutinamento ma io non lo tradii, credevo in lui e nei suoi metodi, infatti l’anno dopo andammo in serie A. Bagnoli tatticamente non aveva rivali. Ti racconto un episodio curioso. Nel 1980/81 avevo 33 anni e a volte mi faceva giocare col numero 4, erano tempi in cui il numero aveva ancora un significato, il 4 era il numero del mediano. Mi faceva giocare a fianco del libero, il 6, che era Antonio Perego, perché questo spesso si sganciava in avanti, infatti ogni tanto andava in gol e io in quei frangenti lo coprivo, quasi come due liberi intercambiabili contemporaneamente. Il pubblico non gradiva quel 4 sulla mia schiena ritenendomi forse vecchio per quel ruolo, così per calmare le acque mi riconsegnò il mio numero 2 ma continuando a giocare nella stessa posizione di fianco a Perego. Bastò questo per acquietare i mugugni“.

Ricordi in particolar modo un collega speciale?
Marcello Lippi! Siamo coetanei, siamo nati a pochi giorni di differenza. Lo conobbi a Bologna, nella compagnia sportivi in cui ho svolto il servizio militare. Allora quando un giocatore di calcio aveva l’età del servizio militare veniva aggregato ad una compagnia tutta di atleti così durante la settimana si rimaneva al reggimento, ci si allenava e al venerdì si rientrava nella propria squadra di club. A proposito, quando al lunedì dovevo rientrare a Bologna, passavo prima da Manuzzin che mi dava una cassa di frutta per il capitano della compagnia che io consegnavo personalmente alla propria abitazione nelle mani della sua bellissima signora! Tornando a Marcello, siamo sempre rimasti amici, di quei legami inossidabili nel tempo che si formavano solo durante il periodo militare. Mi chiamò anche in nazionale nel 2004 e siamo diventati campioni del mondo nel 2006, siamo rimasti insieme fino al 2010 escludendo la parentesi del periodo di Donadoni“.

Ma basta uomini, parliamo di donne…
Le donne sono un capitolo a parte, però ti racconto una cosa curiosa che successe quando avevo circa 16 o 17 anni. Riguarda “le donne” e ancora una volta il presidente Manuzzi: guadagnavo già qualche soldino e con il mio amico di scuola Scarpellini avevamo preso in affitto un piccolo appartamento in Val D’Oca dove facevamo delle feste. Un giorno il Presidente venne al campo, l’allenatore era Matassoni, lo chiamò, fermarono l’allenamento, confabularono un attimo poi Matassoni venne verso di me accigliato e bruscamente mi disse: “Il presidente ti vuole parlare”. Allora andai di corsa verso il Signor Dino che perentorio fece: “Dmatèna agl’ott in te magazen!” (Domattina alle otto ti aspetto al mio magazzino). Alle 8 l’indomani ero da lui: “Tè taiè un apartament in Via Aldini?” (Hai un appartamento in via Aldini?). “Ma veramente Presidente non è un appartamento ma due stanze in cui io e un mio amico facciamo delle feste… invitiamo qualche ragazza…”. “Un’è vera” (non è vero), taglia corto lui, “i ma dett che uiè la purtisiòn in cla cà…” (Ho saputo che in quell’appartamento c’è una processione continua…) e sciorinò una sfilza di nomi di miei compagni di squadra ma anche della prima squadra… “i va tott a lè a c…è!”  (Vanno tutti lì a c…..e!). “No, non è possibile, la chiave l’abbiamo solo noi e l’ho data una volta sola a Wagner…” e mi venne un presentimento. Promisi di indagare e me ne andai. Andai subito all’appartamento, la mia chiave non entrava nella toppa, dopo un po’ che armeggiavo con la serratura mi aprì Wagner e in risposta alle mie rimostranze mi disse che si era fatto una copia… per non disturbarmi! E invece l’aveva passata a tutta la squadra! Così mi ripresentai da Manuzzin a spiegargli l’accaduto e lui mi tirò un orecchio come si faceva con i più monelli. Addirittura mentre lo faceva passò Ezio Manuzzi che si era appena comprato la macchina fotografica nuova e ci immortalò. Ancora oggi ho la foto del presidente che mi tira le orecchie“.

A proposito di foto, so che sei un grande appassionato di fotografia, sui tuoi profili social ne posti sempre tante…
Sì, sto preparando un libro sulla mia carriera in cui le mie 13.000 foto racconteranno la mia storia ma c’è una cosa che non sa nessuno o quasi, io ogni lunedì andavo negli studi di Vittorio Calbucci o di Piero Zangheri a raccogliere i loro scatti più belli della domenica allo stadio ma non raccoglievo solo le loro foto ma ero io stesso un fotografo, era il mio hobby e mi confrontavo con loro. Avevo addirittura una camera oscura per lo sviluppo. La mia passione mi ha anche fatto vincere un importante premio fotografico in cui il presidente di giuria era il famoso fotografo Fulvio Roiter: andai a Roma all’hotel Excelsior a ritirarlo. Ti prego di leggere la motivazione: “Per aver saputo ambientare un aspetto di vita quotidiana con ottima ricerca formale e con tecnica eccellente“.

Il premio “leggende del Cesena” che ti hanno dato domenica scorsa quanto ti ha fatto piacere?
Sono stato felicissimo e trovandomi ancora una volta davanti al pubblico, al pubblico della mia città dove ho giocato per tutta la mia carriera calcistica, il mio pubblico che ancora mi vuole bene, ti confesso che avevo la pelle d’oca e mi è scesa anche una lacrimuccia. Quando Sandro Base ha detto “premiamo la leggenda del calcio di Cesena…” mi è venuto anche da ridere ripensando che mio figlio Matteo mi chiamava sempre leggenda, quando lo incontravo mi salutava dicendo ciao leggenda e io alla lunga pensavo che mi prendesse in giro così gli dissi di smettere“.

Allora adesso sei pronto ad assumere un incarico o ad entrare comunque in questa nuova società che si prefigge di riportare in alto il Cesena?
No, per ora sicuramente no. Anch’io in questi ultimi anni ho avuto tanti dispiaceri e tante delusioni, anche come osservatore sono stato chiamato da importanti società di serie A ma sono voluto ancora una volta rimanere qui per dare un contributo al mio Cesena, ma diverse persone mi hanno deluso e per ora vorrei rimanere alla finestra“.

Un’ultima curiosità che devi svelare ai nostri lettori che ancora non lo sanno, chi era Massimo Tesei?
Massimo Tesei, da tutti conosciuto come Cecca Cecca, era uno di quei personaggi pittoreschi e folkloristici che ogni paese aveva. Il suo vero nome è sconosciuto ai più, era un grande tifoso del Cesena, sempre vestito di bianconero e con la bandiera andava avanti e indietro davanti alla tribuna o alla curva, un po’ sfacciato. A volte ha rischiato anche le botte da chi non lo conosceva. Chiedeva soldi a tutti per le sigarette, per un whisky, per la benzina del motorino, all’uscita dagli allenamenti di noi giocatori era sempre lì, ti accompagnava e ti chiedeva un dollaro. I primi anni veniva all’antistadio dove ci allenavamo e quando correvo sulla fascia destra su e giù vicino alla rete lui mi rincorreva finchè poteva chiedendomi il dollaro ma io ero più veloce e lui arrancando mi chiamava: “Cecca, Cecca dàm un dollaro”, era una sinfonia continua e quel Cecca Cecca diventò il suo soprannome per il resto del suo tempo“.

Grazie Giampiero, mitica leggenda, mio capitano. Buona vita!


Immagine tratta dalla pagina Facebook di Giampiero Ceccarelli

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