Irriducibili artritici invadono il Dino Manuzzi

Stadio Dino Manuzzi - Cesena
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CRONACHE DEL “SETTORE O” – C’è chi non si da per vinto e, sfidando ogni ostacolo, non vuole perdersi il derby in programma al Dino Manuzzi

La giornata, per essere novembre, non è fredda, ma è novembre, grigio nebbioso, pigro, e per giunta in “zona arancione”, quindi poca gente in giro, una domenica in-covid-ata quasi come il lockdown, ma Sprangoun alle 16:30 esce di casa, ha un appuntamento a cui non può mancare. Alla Rossana ha detto che deve fare dei lavoretti giù in cantina, “ci vediamo verso le 8 quando ho finito”, ma è una scusa, in cantina ci passa, ma a prendere la corda e le cesoie, l’uncino invece è già fissato, innocuo, al manubrio della bicicletta. Esce furtivo, mascherina e cappellino per non dare nell’occhio, “vai a giustificare la cesoia se mi fermano i caramba” e se le infila sotto al pantalone, fissandole con degli elastici, mentre la corda la indossa come un gilet. In bici attraversa Sant’Egidio, gira attorno al Montefiore e arriva sotto il ponte della secante. Si ferma, guarda in giro e, ah eccolo là. Peppino è là dietro al pilone che guarda il Dino Manuzzi già illuminato.

“Safèt a lè Pino?”. “Guardavo le luci, hai tutto?”. “Sì, sì, vieni, passiamo da lì”. Sprangoun scende dalla bici e la chiude per bene che “questo non è un gran bel posto”, pensando alle migliaia di tifosi ospiti che un tempo passavano di lì: juventini, napoletani, romanisti, ma anche padovani e livornesi, “che quando mi hanno rubato la bici c’erano proprio loro”. Come due minatori, curvi e silenziosi si avviano verso la zona riservata agli ospiti, “quando avremo oltrepassato il cancello saremo quasi al sicuro” dice Pino. “Dai, dai cammina e stà zètt”. Il cancello è alto, imponente, fiero, ma guardingo. Sprangoun gli lancia sopra la corda con l’uncino, dà uno strattone e si tiene bene, poi con le mani nodose afferra la corda e comincia a salire. Quando è in vetta, si siede sulla sommità e cala la cima dall’altra parte. Scende. E’ un gioco da ragazzi. “Pino, togliti che ti mando la corda indietro”. “Dai pù” Pino si sposta quel tanto che basta per non essere colpito. “Arrivo”. Pino è come un gatto e traaac è dall’altra parte. “Lasciamola lì per il ritorno, tanto non si vede dalla strada”. Ora il più è fatto, ancora pochi passi e la grande rete si presenta davanti a loro imponente, impenetrabile, insormontabile, ma le cesoie sono nuove e tagliano il filo in pochi attimi: croc,croc, croc il varco è pronto, “dai entriamo”.

Sono dentro, dentro al Dino Manuzzi, come una volta, come tante volte. “Ih, ih”, ride Pino “e senza neanche pagare”. Ora la scalinata. Il cancello è aperto, sono arrivati davanti al bar. Deserto. Ma le luci alte e fiere dello stadio arrivano fino lì. “Pino stai basso dai, scivoliamo fino alla scaletta”. Come due marines raggiungono e poi salgono la scaletta e si fermano quatti quatti sull’ultimo gradino, sono arrivati, sono nel Settore O. “Guarda Spranga, nei nostri posti non c’è nessuno!”. “Dai non dire idiozie, chi vuoi che ci sia? Stiamo bassi e godiamoci il derby, a noi di perdercelo non se ne parla nemmeno, dal quel 14 marzo del ’74, il primo in Serie A con il Bologna, vinto con quello storico 3-0, non ne abbiamo lasciato neanche uno”. Di come è andato il derby col Ravenna lo sanno anche i bambini, se non lo sapete leggetevi Cesena 4-0 Ravenna, le pagelle di Cesena Mio).

Sprangoun e Pino invece l’hanno vista dal vivo e sono andati a casa tardi, non riuscivano più ad alzarsi dai gradini della rampa del Settore O, prima per la felicità e la soddisfazione, poi per l’artrosi che dopo due ore di immobilismo non gli permetteva più di rialzarsi. E’ stata dura, ma erano felici, un derby vinto per 4-0 non ha prezzo, andava vissuto.


Immagine tratta dal sito www.sofisport.it

One Comment on “Irriducibili artritici invadono il Dino Manuzzi”

  1. mi sono divertito moltissimo. Ben scritto; trasuda di letteratura noir, ci si aspetta, durante la lettura, che Spragon e socio si mettano nei guai. Anche felliniano: è un episodio che potrebbe entrare tranquillamente nella sceneggiatura di “Amarcord”. Bravo.

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