Alcune proposte per la SerieC: CIG, controlli e azionariato popolare

SerieC
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INTERVISTA – L’incertezza sul futuro della SerieC è tanta: proseguiamo la nostra inchiesta confrontandoci con Angelo Pisani di “Noi Samb” e “L’ultimo uomo”

Con il campionato di SerieC ormai fermo e praticamente dichiarato concluso (vedi La SerieC che verrà: i nodi sostenibilità e format), continuiamo ad approfondire i temi riguardanti il futuro della terza serie. Quest’oggi ci confrontiamo con Angelo Pisani, penna di “Noi Samb” e de “L’ultimo uomo”, giornalista che conosce bene la SerieC ed in particolare il Girone B, riportando con passione e professionalità le vicende della Sambenedettese. Al momento, la carne al fuoco è tanta e le incertezze sul futuro della Lega Pro si rincorrono, proviamo a fare il punto della situazione.

Ciao Angelo, partiamo con la proposta di chiusura del campionato di SerieC…
“Sinora è una proposta ufficiosa, la maggioranza delle squadre vuole terminare qui la stagione. Una delle motivazioni è legata alla sconvenienza di aprire uno stadio senza pubblico. Ogni squadra percepisce circa 50.000 euro dai diritti tv, quindi si perderebbero gli introiti maggiori derivati da pubblico e merchandising. A questo vanno aggiunti i costi di apertura di un impianto legati a steward e sicurezza, che a porte chiuse sarebbero ancor più gravosi. Altra importante questione riguarda il protocollo sanitario, dispendioso da applicare in questa categoria”.

Una proposta che però non è stata unanime…
“Alcune squadre hanno promesso un ricorso. Ad esempio Bari e Reggio Audace, che hanno allestito squadre importanti ed erano in piena corsa per la promozione, vorrebbero ricominciare il campionato”.

Come ti è sembrata finola la gestione dell’emergenza da parte della Lega?
“La Lega Pro è stata molto coerente, rimandando prima alcune partite (tra cui Piacenza-Samb), poi provando a giocare a porte chiuse, infine interrompendo il campionato quando non vi erano più i presupposti”.

A quanto pare, il futuro del campionato dipende in larga parte dalle misure adottate dal Governo…
“Il nuovo decreto prevede la possibilità di utilizzare la cassa integrazione in deroga ed è un passo importante. Quando si pensa ai calciatori, normalmente si fa riferimento agli stipendi milionari della Serie A, ma la realtà della SerieC è molto diversa: gran parte dei giocatori è infatti composta da giovani con contratti di apprendistato con introiti pari o vicini al minimo sindacale. Per non parlare di quanti lavorano per le squadre, lavoratori tutt’altro che privilegiati. Il discorso sul semiprofessionismo è invece fallace, serve solo a togliere tasse per le proprietà e tutele ai giocatori, mettendo tutto il peso sulle loro spalle”.

Quindi, il problema sarebbe a monte?
“Prima dell’inizio della stagione, non sempre si effettuano i giusti controlli, dando il lasciapassare a società che poi non possono permettersi di proseguire il campionato. È importante controllare chi compra queste società, se i capitali che immettono sono veri e da dove provengono. A mio avviso, bisognerebbe attuare un modello sostenibile che cammini con le proprie gambe, con persone giuste nelle società, una spinta ad investire nei settori giovanili, nelle strutture e negli stadi. Ci sono importanti dinamiche sociali, economiche oltre che sportive dietro ad ogni società e ogni volta che ne scompare una, si perdono posti di lavoro, capitale umano e tecnico, oltre alle strutture formative. Riflettendo, sono molti i giocatori che dalla SerieC partono e crescono per poi arrivare in A: la forza della terza serie è che annovera piazze importanti che lavorano bene”.

Ad esempio?
“Il Pordenone di Lovisa, promosso in B lo scorso anno, investe circa un milione all’anno nel settore giovanile, producendo almeno 5 o 6 elementi che ogni anno si trasferiscono nelle giovanili di Inter, Milan e Napoli».

Un altro tema ricorrente e controverso nel panorama calcistico italiano, è quello dell’azionariato popolare o la cosiddetta “gestione partecipata” delle società calcistiche… 
“Questo modello indica la strada, che deve necessariamente passare per un maggior coinvolgimento dei tifosi e della città. In Italia si pensa ancora al modello del presidente-padrone, ci si aspetta solo un mecenate, ma se si vuole un modello sostenibile bisogna rimboccarsi le maniche. L’azionariato popolare è importante perché porta risorse sane e la presenza di un organo “controllore” all’interno delle società, in modo da non lasciarle in balia delle voglie del presidente di turno. Si parla sempre degli stadi vuoti, non si parla mai di come riempirli: se coinvolgi la città in un progetto, se il tifoso sente sua la squadra, tutto il resto viene da sé. Si pensa ai tifosi come una fonte di reddito a breve scadenza (abbonamenti e biglietti), ma sono invece una risorsa molto più importante. Faccio un esempio: nel 2013 Noi Samb, l’associazione che raggruppa i tifosi rossoblù, aiutò a ricostruire da zero il settore giovanile dissolto dopo il fallimento“.

Chiudiamo con una battuta sul Cesena, da te seguita nel match del Dino Manuzzi (Cesena 1-3 Sambenedettese):
“Oltre a quella partita, ho visto qualche altro spezzone del Cesena: il progetto iniziale mi piaceva, anche se in seguito è fallito. Nella squadra bianconera c’è già una buona base di giovani dalla quale ripartire. Capisco la piazza, ma se vuoi tentare il salto di categoria, non puoi pretendere tutto e subito in un campionato come questa SerieC: ci sono tanti avversari forti con progetti avviati con alle spalle anni di continuità. Insomma, sono tante le variabili che incidono e non bisogna avere fretta”.


Immagine tratta dal sito calabriamagnifica.it

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