Il “faro di Erice” ci porta in salvo. E adesso lo scherzo all’Hellas…

Trapani-Cesena al Provinciale di Erice
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OPINIONI DI UN DIVANO – Come i naviganti di tremila anni fa, i nostri eroi raggiungono la sponda sotto il monte di Erice. E adesso si ride…

Benvenuti a Trapani, città del sale e del vento, dominata dalla montagna di Erice. Il sole implacabile picchia sul bianco delle saline millenarie, sullo sfondo un mare blu cobalto viene continuamente scompigliato da un vento instancabile. Quando nell’antichità i naviganti giungevano nei pressi di Trapani (Drèpanon, la falce, per la forma del suo porto), dopo aver attraversato il Mediterraneo, sicuramente facevano baldoria e si scambiavano pacche sulle spalle, proprio come i giocatori del Cesena ieri, approdati ad una meritata salvezza dopo una perigliosa navigazione. La lunga traversata verso la permanenza in serie B ha avuto dei tremendi periodi di bonaccia, nei quali sembrava che non si riuscisse più a vincere e si era rimasti senza vento e senza vittorie; abbiamo cozzato più volte contro scogli appuntiti che ci hanno quasi affondato nei minuti di recupero, quando pensavamo di essere a terra. Ma ce l’abbiamo fatta.

I coraggiosi che attraversavano il mare duemilacinquecento anni fa avevano un solo punto di riferimento: il faro gigantesco posto sulla montagna di Erice. Quando vedevi quella luce, voleva dire che gli Dei ti avevano concesso di portare a casa la pelle ancora una volta e allora salivi al santuario, dove c’era una divinità femminile riconosciuta da tutti i popoli del Mediterraneo. I Fenici la chiamavano Astarte, i Greci Afrodite ed i Romani Venere. Non so cosa dovremmo portare noi al tempio, ma resta il fatto che la salvezza ce la siamo conquistata con i nostri remi, come era giusto, e non per i naufragi altrui. Non era facile giocare concentrati, sapendo che eravamo già in serie B per un altro anno, ma metà squadra l’ha fatto (l’altra metà, francamente, era già a San Vito Lo Capo a spalmarsi l’abbronzante).

Il nostro faro di Erice (inteso come stadio Provinciale) è stato l’immenso Ciano di ieri, un gigante per la serie B, un lusso che purtroppo non ci potremo permettere oltre, ma che ha illuminato perfino Ciccio Pasticcio Rodríguez, consentendogli un gol che lo ha trasformato, suo malgrado, in eroe (vedi Che bello è).

Oggi non è tempo di lamentazioni e critiche, si levino inni e bicchieri. Siamo ancora qua, in serie B, nostro habitat naturale. Il pane, come direbbero a Trapani, è cunzato. Prendi un troccolo di pane massiccio, che tira da tutte le parti come se volesse asportarti la dentiera, lo tagli a metà, lo inzuppi di olio di oliva buono (mica quello da camion, di palma o schifezze simili) ci metti qualche fetta di pomodoro e il pecorino. Infine, aggiungi l’acciughina, quella che fa la differenza. Quella che Camillo ha passato a Peter per completare il panino, segnare il gol vittoria e permetterci di gustare quel sapore speciale che ha l’approdo a Trapani dopo una navigazione burrascosa. Il comandante della nave, l’uomo dalle mani in tasca, non può che essere soddisfatto per questa trasferta finale, un giusto premio anche per i nostri cento super tifosi. Evviva.

A questo punto sarebbe proprio un peccato non fare uno scherzo all’Hellas Verona, la simpatica squadra di gasati che qualche mese fa si autoproclamavano “illegali” per il campionato di serie B. Adesso arrancano con la bava alla bocca e con una nostra vittoria si troverebbero a disputare la lotteria dei playoff. E allora, aspettate un attimo a infilare le infradito. Prima c’è il Verona e magari si ride!


Foto Lapress tratta dal sito www.legab.it

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Alberto Neri (Wolf) è nato parecchi anni fa a Cesena, ma all’età di 5 anni è stato "deportato" a Faenza al seguito della famiglia. Da allora il Cesena è stato il legame identitario con la sua città di origine, dove ora abita nuovamente. Da ragazzino veniva in treno da Faenza, prendeva la bici del nonno Ermenegildo (Gildìn) e si fiondava allo stadio. Così Gildìn, grande tifoso, ma ormai anziano, in cambio di 100 Lire, riceveva una cronaca vivace della partita. Da lui Wolf ha imparato che il Cesena è come una malattia cronica: se ce l’hai te la tieni finchè campi. Ma, in questo caso, non ti dispiace.